18 aprile 2014

The Beatles - White Album - parte seconda

Pubblicato da pink noise a 01:55
Beatles - 1968  (quando scoppiò in Paul l' incommentabile passione per i gilet)
Ho deciso di dividere la recensione in due parti sia per l' ovvia lunghezza del post, che per ragioni strettamente legate al contenuto. Il secondo disco del Doppio Bianco è di fatti un discorso a parte che va valutato e commentato in modo differente. Se il primo disco può superficialmente apparire come un' insalata di generi sconnessi, nel secondo la playlist è più coerente pur mantenendo la (cupa) purezza che lo contraddistingue. Somiglia più ad un bootleg che ad un album full-length, caratteristica che aldilà delle polemiche - che potrebbero scaturire dall' affermazione che segue - ci fa sentire meno la mancanza di Geoff Emerick, o quantomeno ci addolcisce la pillola.
Fronte/Retro del poster inserto del doppio LP White Album - Artwoerk: Richard Hamilton

A tratti sembra di assistere ad una jam session tra sconosciuti che hanno comunque tanto da dirsi. La ricerca di purezza, che esploderà in malo modo in Let It Be, insegnerà al mondo - grazie ad Abbey Road - che si può chiudere con stile un progetto, ma non si può tornare artisticamente indietro come delle troie che vanno a farsi ricostruire l' imene. La ribellione contenuta in questo straordinario album, più che sociale, è verso se stessi e tutto l' artifizio di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Il doppio voleva essere un album di rottura e lo è stato. C'è poco dell ingenuità romantica dei primi tempi: è un rock rude, ribelle, ossessivo, sperimentale, maschio che detterà le regole della musica britannica alternativa dei decenni successivi. I Beatles che facevano gridare le ragazzine fanno adesso gemere le donne, con un disco eccitante e peccaminoso come una relazione clandestina.
PMC 7068 matrici prima stampa mono Lato C: XEX 711-1  Lato D: XEX 712-1
Lato C Disco 2

Il secondo disco si apre con l' ultima composizione divertita del duo Lennon/McCartney in una ritrovata quanto fugace armonia. Birthday, con la sua carica, è la giusta spinta rock-propulsiva di cui questa seconda parte del doppio necessitava. Segue un Lennon che, provato dalle sue turbolenti vicende amorose, veste i panni del bluesman per esplodere in uno sfogo straziante: Yer Blues, che amplificato dal Leslie e dalla ADT, raggiunge momenti di toccante potenza espressiva. Nostalgico delle sue origini campagnole prosegue McCartney con la sua dolce ballata rustica Mother Nature's Son. Ritorna John con una composizione che mi ha conquistato sin dal primo ascolto, la matura e sottovalutata Everybody's Got Something to Hide Except Me and My Monkey che purtroppo non avrà mai il successo meritato. Continua Lennon con un vero attacco rivolto al Maharishi, figura attorno al quale ruota tutto il White Album. Sexy Sadie, sia nella struttura che nel sound, fa da ponte tra le sue composizioni beatlesiane e il futuro da solista (l' eco si sentirà fino a Mind Games). Su Helter Skelter non voglio dilurgarmi troppo, ma sento la necessità di bacchettare tutti quei beatlesiani - fanatici religiosi - che continuano a ripetere che i Beatles con questo pezzo hanno inventato l' Hard Rock e l' Heavy Metal. Helter Skelter è uno dei peggiori esempi di Hard Rock della sua epoca! Certo testimonia la propensione di McCarteney alle sfide - in questo caso coraggiosamente rivolta agli Who - ma anche che non è infallibile. La registrazione manca di convinzione e onestamente credo che non sarebbe inutilmente celebrata se non fosse protagonista della vicenda di Charles Manson, cosa che gli ha donato quel fascino nero perfetto per questo fantomatico esordio Proto-Metal. Arriva la luce in fondo a questo caotico tunnel e chiude il terzo lato un grande Harrison, ispirato, profondo e spirituale con Long Long Long - traccia spesso ingiustamente dimenticata - che ti avvolge con quel dolce e caldo Hammond; se esiste un Dio George l' ha incontrato e fotografato in questa meravigliosa composizione.

Lato D Disco 2

L' amore di Lennon per il rock'n'roll è tutto concentrato in Revolution 1, con questa traccia prende ufficialmente le distanze dalle sperimentazioni in studio ed è l' unico beatle che ritrova il ragazzino che era ad Hamburgo. Ritorna per farsi perdonare McCartney con una teatrale, bizzarra, "jazzante": Honey Pie, sorella minore di "When I'm 64", tracce dal carisma unico di cui i Queen diventeranno eredi. Mi vedo costretta a ribadire che tocca ad Harrison il compito di elevare il White Album al sublime, e lo fa anche con una canzone che parla del cioccolato e delle carie dell' amico Clapton: Savoy Truffle, con quell' adorabile Organo suonato da Chris Thomas! Tra i brani "sinistri" dell' album quello che su di me ha una presa particolare è Cry Baby Cry di Lennon, anche se lui stesso l' ha definita spazzatura è semplicemente fantastica, dolcemente arricchita e caratterizzata dall' Armonium suonato da Martin e l' Organo suonato dallo stesso Lennon. Ci dona una delle sue incatevoli miniature McCartney: Can You Take Me Back? che precede la più esaltante e sovversiva traccia del doppio. Con Revolution 9 i Beatles ritornano a battere sentieri inesplorati, sicuramente più vicini all' avanguardia artistica di Yoko Ono che alla tradizione beatlesiana. Tocca al buon padre di famiglia Ringo chiudere l' album. Accompagnato da cori e orchestra, ci rimbocca le coperte, con una ninna nanna scritta da Lennon dall' inequivocabile titolo Good Night. Con quel suo rassicurante bacio sulla fronte non poteva chiudersi più splendidamente un album pericoloso come un sogno fuori controllo.

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